“Angels in America” (Sinossi)

È lungo oltre sei ore, tre parti da due e più ore ciascuna sulle tante vite toccate e distrutte dall’Aids nell’America di Ronald Reagan. Parla di omosessuali usciti allo scoperto e di altri ancora nascosti. di coppie che si amano e di altre che si disintegrano, di mormoni e di ebrei e poi dell’Antartide, del buco nell’ozono, delle nevrosi del perdono e persino del fantasma di Erhel Rosenberg (giustiziata nel 1953 in quanto spia sovietica). Detto così, sembra un pasticcio dal quale tenersi lontani: anche perché, come se tutto questo non bastasse, al mix vanno aggiunti gli angeli del bene e pare quelli dell’Apocalisse prossima ventura. Ma Angels in America, la versione filmata tratta dal l’acclamatissima opera teatrale di Tony Kushnet, accolta da critiche straordinarie e premiata con sette Golden Globe, non è solo l’ennesima conferma delle capacità produttive e del coraggio creativo della Hho, la rete tv via cavo che ci ha dato show come l Soptanos e Sex and the City. Angels è il più importante adattamento di un lavoro teatrale dai tempi di Elia Kazan e Un tram chiamato desiderio più di mezzo secolo fa», ha commentato Frank Rich. critico culturale del New York Times. Il quotidiano dello spettacolo Daily Variery non è stato da meno: «Così come non c’è un vero precedente per ciò che Angels in America ha saputo dare al teatro. ci sono ben pochi film adattati dal palcoscenico paragonabili con ciò che Mike Nichols ha saputo cavare dall’epopea di Tony Kushner».

Kushner è l’autore del dramma teatrale, accolto con un trionfo a Los Angeles, a Londra e a New York, e premiato, nel 1993, con un bel mucchio di Tony e anche un premio Pulitzer. Ma non era necessariamente la formula giusta per un film: così, dopo che Robert Altman aveva pensato a un progetto un po’troppo “alla Altman”, è entrato in scena Mike Nichols. l’acclamato regista del Laureato, il cui nome ha saputo richiamare un cast d’eccezione che include, tra gli altri, Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson. «Ciò che ha fatto Mike con Angels ti fa capire che il cinema ha perso le sue ambizioni», sostiene la Streep, che nelle scene inizia li interpreta un rabbino ottuagenario con una lunga barba bianca. L’attrice si trasforma poi in una mamma mormone determinata a salvare il figlio perso in una New York che vede come Sodoma e Gomorra e a un certo punto riaffiora anche come fantasma di Ethel Rosenberg, condannata a morte negli anni dell’isteria maccartista dal potente e leggendario giurista repubblicano Roy Cohn.

E Al Pacino a interpretare Cohn, che quando contrae l’Aids si preoccupa prima di tutto di tenere nascosto il suo debole per i ragazzini e poi vende alla Casa Bianca il suo silenzio nello scandalo dei finanziamento ai contras nicaraguensi in cambio di dosi illimitate di Azt, in quei giorni l’unica speranza per combattete gli effetti dell’epidemia. Oltre che con il fantasma della donna che ha fatto friggere su una sedia elettrica, Cohn se la deve vedere anche con un infermiere di colore (Jeffery Wright) che si fa chiamare Belize, un angelo in tetra che lo tratta con solenne disprezzo e poi, quando lo vede sputate sangue in mezzo a dolori lancinanti, con tenera compassione. Poi c’è Joe (Patrick Wilson), un protetto di Cohn arrivato dallo Utah con una moglie, mormone come lui (Marie Lonise Parked, che quando non ingoia Valium immagina di essere nell’Antartide. E che, quando si mette nuda di fronte al marito che non accerta la propria omosessualità e gli domanda che cosa prova, si sente rispondete con indifferenza: «Niente». C’è quindi Emma Thompson, anche lei con molteplici ruoli: quando non è una stracciona o un’infermiera italo-americana appare nel corso di varie allucinazioni come un angelo della speranza dotato talvolta di un’irresistibile carica erotica e altre ancora di un sadico ghigno col quale lancia moniti contro «la fine delle cose.























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